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Saggezza Africana
Le mani aperte vanno più lontano delle gambe

Etnia Peuhl
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Workshop Famoudou Konate Italy 2010

L'associazione culturale DJEMBE
Inviato da Redazione il 22/4/2009 1:00:00 (3169 letture)

L'UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO. CARLO CONDARELLI RACCONTA LA SUA ESPERIENZA

Fadouba Oulare per la prima volta in Italia (C) DJEMBE.ITQuest’anno al Meeting - Raduno Internazionale tra Arte e Cultura Africana si presenta un'occasione eccezionale: quella di conoscere Fadoubà Oularè “le Vieux” (= il vecchio, l'anziano). Fadoubà è un personaggio più unico che raro. E' il faro, la guida, quello che "la sa lunga", tanto lunga che ha scelto di non regalarsi all’Occidente ma di perseguire una strada difficile, rimanendo in Guinea nella regione malinke del Sankaran. Qui con la sua associazione A.P.E.R.S.A.F. insegue l’obiettivo di vivificare la cultura attraverso l’insegnamento delle arti tradizionali nei villaggi che si spopolano. Il suo nome in città è leggenda, tanto che basta la parola “le Vieux” per riferirsi a lui. La sua corte nel villaggio di Faranah è meta costante di musicisti e artisti che si recano da lui per avere un giudizio, un consiglio, un'approvazione oppure una cura. Spesso i formatori della capitale portano a Faranah gli allievi più promettenti per sottoporli al giudizio del Maestro. Altrettanto spesso per ricevere cure tradizionali, attraverso misture di erbe delle quali la famiglia possiede una conoscenza profonda. A Faranah si intrecciano tradizione, musica e magia. I ritmi suonati nel Sankaran sono molti: Kassà, Konkobà, Soko ed altri. Quello che rieccheggia costantemente è Kawà. Il Kawà, che per molti rappresenta solo una partitura da aggiungere al carnet delle competenze ritmiche, alla corte di Fadoubà è una ragione di vita che coinvolge ogni individuo dalla nascita alla morte, è una vera e propria filosofia di vita. Kawà è un demone buono che caccia i demoni cattivi. Spesso si sente parlare di maestri e della loro pedagogia, di quello che sanno e che non sanno, come fossero calciatori con le rispettive figurine che poi ognuno attacca sul suo album personale. Quello a cui assistiamo da 10 anni a questa parte è una velocissima evoluzione della diffusione della cultura del djembe. Questo movimento si accompagna da un lato con la diffusione di notizie, tecniche, storia e informazioni sullo strumento, sulla tradizione, sulla musica. Dall’altro con una trasformazione interna degli stili e delle sensibilità: in effetti ogni messaggio si trasforma anche in proporzione alla diffusione che conosce. Il costume dei nostri tempi impone al livello globale la velocità, questa tendenza non ha risparmiato l’Africa Occidentale. Nelle metropoli come Conakry (capitale della Guinea, n.d.r.) la musica è cambiata drasticamente. Nel recente passato alcuni potrebbero dire che la musica si è "incattivita" (in senso buono). Gli estimatori della velocità apprezzano questa qualità e ne inseguono le caratteristiche. Quello che Bob Marley definiva Babylon è quel calderone confusionario in cui le cose vanno veloci e hanno vita breve, dove regna la confusione e si perdono i significati. Sebbene il djembe non sia immune dal Babylon System (vedi le derive da giambettaro... [CONTINUA...]

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Inviato da Redazione il 9/1/2008 0:40:00 (1149 letture)

Nuovi disordini in Guinea - DJEMBE.ITIn Guinea, come l'anno scorso in questo periodo, si respira aria di tensione sempre più pesante. Lo spettro degli scontri tra cittadini e forze militari sta tornando purtroppo ad aleggiare sulla capitale Conakry e non solo. In questi giorni abbiamo ricevuto questa testimonianza di Ruth Mauri, autrice della tesi di Laurea "L'invenzione dello stato-nazione. Il percorso della Guinea nell'Africa francofona", parzialmente pubblicata sul portale della rivista Nigrizia. Vi proponiamo le parole di Ruth, nella speranza che possano risvegliare un po' di coscienze. "Come ogni Paese necessita di molta umiltà per capirlo poco a poco. Per alcuni è un piccolo paese insignificante. Per altri è una grande famiglia. Per un professore ivoriano che ho conosciuto è “un continente a parte”. Per me la Guinea è tre mesi della mia vita. Tre mesi che ho trascorso laggiù per capire meglio la sua storia e le sue genti. Non sono andata in Guinea per uno stage di percussioni, né per lavorare in una ONG. Faccio un dottorato in Scienze Politiche ed avevo bisogno di capirci un po’ di più. Mai stata in Africa prima. Sono tornata poco prima di Natale. Sono tornata senza una valigia ma con mille colori negli occhi. La Guinea è faticosa a causa della incredibile mancanza di mezzi, ma vale la pena di avvicinarsi ad essa per le sue incredibili risorse umane. La Guinea ha un incredibile bisogno di essere conosciuta, oltre che di investimenti. All’inizio non capivo niente. Conakry è caos, è gente, tanta gente, è cani randagi che finalmente la notte - senza la luce del caldo sole - si impadroniscono delle strade, è parrucchieri, mobili esposti per strada, secchi in plastica di tutti i colori, mercati, centri di bellezza, punti telefonici, chioschi, lavaggi auto, falegnami, è donne dai vestiti bellissimi e unici, polizia ovunque nelle varianti verde (guardia presidenziale), nera (per il traffico), blu (non me lo ricordo). Poi nella casa della famiglia presso la quale alloggiavo tutto è diverso: c’è pace; la sera le rane fanno a gara coi grilli e di giorno in giardino ci sono delle lucertole, sono più grosse delle nostre e pare che facciano flessioni perché tutte si alzano stendendo le zampe anteriori per guardarsi intorno penso alla ricerca di cibo. E poi le persone. Ma qui mi ci vorrebbe un libro per raccontarvele. Le strade sono in terra rossa e io scopro di essere "porto", bianca. Ma a differenza dell’Italia, anche se sei di un altro colore ti salutano e ti chiedono mille volte come stai. Tu e la tua famiglia. [CONTINUA...]

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Inviato da Redazione il 28/9/2006 2:00:00 (2195 letture)

Una piccola alunna di una scuola guineana gioca con i compagni - DJEMBE.ITVi presentiamo le interessanti riflessioni di Leni Sorlini, insegnante di danza africana e nostra affezionata utente, che ci informa sulla situazione politica e sociale verificatasi nel gennaio 2005 nella Repubblica di Guinea, nazione alla cui tradizione culturale e musicale siamo particolarmente legati ma che pochi di noi hanno avuto la fortuna di conoscere di persona. L’anno scorso, più precisamente nel gennaio del 2005, mi trovavo a Conakry nei giorni in cui il presidente Lansana Conté ha subito un attentato (da cui è uscito illeso e in cui sono morti due uomini della scorta). Per qualche giorno porto bloccato, rastrellamenti, caccia all’uomo in alcuni quartieri considerati “caldi”, e martellamento televisivo di nuovi e antichi discorsi in cui la prima personalità dello Stato insisteva sulla necessità di mantenere l’unione nazionale per non darla vinta a chi stava tentando di incrinare la fratellanza del  popolo guineano. Televisione di regime. Hanno rimandato in onda le varie cerimonie di insediamento del presidente (che è salito al potere nel 1984 con un colpo di stato militare, ed è stato poi  rieletto nel 1993, nel 1998 e nel 2003), riesumato immagini di repertorio che volevano quasi santificare l’uomo scampato all’attentato. Ben diversi mi sembravano i sentimenti della gente. Fare un viaggio in taxi a Conakry è un po’ come andare al bar, se si fanno tratte lunghe può capitare di rimanere su anche due ore e mezzo, quindi di solito si intavolano delle conversazioni con i vari compagni di viaggio e con lo chauffeur sui temi più svariati. Ogni volta che salivo su un taxi in quel periodo le discussioni andavano sempre a finire sullo stesso punto, sia che gli interlocutori fossero donne, sia che si trattasse di uomini, giovani e meno giovani; tutti consideravano la situazione insostenibile ed erano unanimi nell’additare il presidente Lansanà Conté e il suo staff di governo come i responsabili del declino del paese e della povertà crescente. Molti erano ormai convinti che i politici al governo non facessero altro che arricchirsi sulle spalle e alle spalle della popolazione. Notavo una gran voglia di parlare, di condividere esperienze, di raccontarsi e di dire la propria opinione. Ben presto è calato il silenzio sull’attentato ed è rimasto il dubbio che si fosse trattato di un “falso” attentato, di una montatura messa in piedi per legittimare e giustificare un’ondata di repressione e per distogliere la gente dal problema principale: come fare a sopravvivere tenendo conto dei continui aumenti dei prezzi e del peggioramento delle condizioni di vita, sempre più precarie. [CONTINUA...]

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